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Poesia in movimento

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Nel marzo e maggio del 2018, lo slammer Nicolò Gugliuzza ha condotto all'Arena del Sole di Bologna due laboratori con giovani di varia provenienza, tra cui alcuni migranti e richiedenti asile che vivono oggi a Bologna, Italia. Attraverso la pratica teatrale e performativa, Nicolò ha guidato i partecipanti nella creazione di una loro personale performance del poetry slam, per potersi poi sfidare il 16 giugno durante il contest organizzato da Emilia Romagna Teatro Fondazione per il festival ‘Right to the City | Diritto alla Città', a Bologna. In questa intervista, Nicolò Gugliuzza spiega perché il poetry slam può contribuire al processo di inclusione di stranieri e migranti e afferma come la commistione di diversi linguaggi - e lingue - contribuisca ad avvicinare le persone.

 

Come descrivi il poetry slam a chi è al di fuori dal tuo ambiente artistico? E quali sono gli obiettivi di questo genere espressivo?
Parlo di poetry slam come di un gioco, una competizione di carattere giocoso e divertente. Il poetry slam conferisce un valore comunitario alla dimensione artistica e poetica per mezzo di una competizione, il contest, che rende protagonisti sia i poeti che si sfidano sia le persone estratte a caso dal pubblico che partecipano in qualità di giuria. Al cuore del poetry slam c’è infatti proprio il coinvolgimento del pubblico, che interagisce con i poeti sul palco. Da qui, la vocazione comunitaria del poetry slam, che crea parità, una sorta di ‘orizzontalità’, tra poeti e pubblico, che, in qualità di giudice, diventa appunto protagonista del contest. È il pubblico che ‘manda avanti’ il poeta, manche dopo mancheIl potere della poesia orale è quello di colpire – slam –, di coinvolgere il pubblico… il poeta può farlo attraverso un approccio fisico, ritmico, teatrale, cabarettistico… Il punto è che lo slammer deve fare una poesia in grado di arrivare al pubblico, e lì sta la grande capacità creativa e artistica della poesia orale.

 

'St. Sebastian' by Nicolò Gugliuzza

Qual è stato il tuo percorso espressivo e artistico nel campo del poetry slam?
Ho iniziato a scrivere e a far teatro quando ero adolescente. Scrivevo prosa e leggevo tanto. Mi sono iscritto all’università per studiare antropologia e ho continuato il mio percorso di teatro a Bologna. Oggi mi occupo di antropologia sociale e culturale e questi studi sono alla base dei laboratori che organizzo. Nei primi anni di università ho frequentato un gruppo di poeti… eravamo una felice banda di sbandati… e ho conosciuto il poetry slam. In quel momento ho intuito il potenziale orale e performativo della poesia, ed è stato importante, perché mi sentivo limitato dal teatro, dove soffrivo il fatto di non poter coltivare la mia produzione testuale.

Insomma, scopro la slam a vent’anni, abbandono il teatro, e comincio a cimentarmi nella poesia, classica e non, iniziando la mia ricerca artistica legata all'oralità. Come slammer, ho cominciato ad approfondire il mio percorso artistico dopo essermi laureato in antropologia con una tesi sul rapporto tra le tradizioni orali della letteratura africana e il contesto migratorio, utilizzando case studies come hip hop e poetry slam. In seguito ho fondato un gruppo, il primo collettivo di poesia orale bolognese, Zoopalco, realtà all'interno della quale lavoro meno oggi, ma per la quale conservo una grande stima. Oggi Zoopalco è il gruppo che organizza il maggior numero di eventi di poetry slam e ‘microfoni aperti’ sul territorio bolognese, non limitandosi, quindi, alla sola dimensione competitiva della poesia orale. Apro e chiudo una parentesi. Credo che il poetry slam debba essere affrontato da organizzatori e poeti con una certa intenzionalità, una sorta di consapevolezza… perché è un genere che ha una vocazione, e questo implica sempre una certa responsabilità, secondo me… cioè, non si può fare poesia solo per soddisfare il proprio ego o fare entertainment, altrimenti si rischia di corrompere il fine originale del poetry slam – il suo valore comunitario, appunto.

Il poetry slam è nato in America negli anni ’80 per opera di Mark Kelly Smith, un poeta proveniente dalla scena poetica underground di Chicago, e in Italia da Lello Voce, una delle personalità più importanti della poesia orale italiana… ma è anche un genere che si radica in contesti che non hanno nulla a che vedere con la poesia d'avanguardia o accademica… questo ti fa capire il potere del poetry slam, che si è rapidamente diffuso nei ghetti, nelle strade, dove mette in scena un contest ‘orizzontale’ che non ha bisogno di altro… non ha bisogno di musica, costumi, scenografie… ha solo bisogno di gente che ascolta e di gente che parla. Questo è il potere rivoluzionario del poetry slam. È importante quindi stimolare la ricerca libera dei poeti, dare impulso alla performance vera e propria, e questo è quello che cercano di fare le realtà territoriali slam, per esempio con progetti che promuovono la cultura del ‘microfono aperto’, dove ogni poeta può salire sul palco e dare libera espressione ai suoi testi al di fuori della dimensione del contest. Oggi il poetry slam è una realtà diffusissima, ovunque.

 

'Where were you when the stars went out' by Nicolò Gugliuzza

Parlami dei tuoi progetti artistici…
Ho fatto poetry slam per molti anni, mi ci sono quasi consacrato (ride, ndr)… Quattro anni fa l’ho portato nelle scuole, iniziando a lavorare all’interno degli istituti superiori di Bologna, e nel carcere minorile, sempre qui a Bologna… Poi però, come slammer, mi sono allontanato dalla scena italiana – pur continuando a studiare, e conservando la mia attitudine alla poesia orale e alla poesia in generale, ma in altre forme… Ho iniziato ad interessarmi di performance e musica e sviluppato il progetto ‘Waiting for Godzilla’ insieme a un autore di musica elettronica, Tab Palmieri, con cui ho pubblicato due EP, nel 2016 e nel 2017. Ho poi portato avanti la mia ricerca artistica attraverso la poesia visiva, un approccio che approfondisce la relazione tra poesia e immagine – il potere del testo scritto e la dimensione visiva –, creando un rapporto tra contenuto poetico – non necessariamente un verso – ed estetica
Ho ricominciato solo ora, vivendo all’estero, a fare poetry slam, in lingua francese ed inglese, avvicinandomi a realtà ricche di ricerca e di stimoli.

 

Quali sono i temi affrontati della tua poesia?
Diciamo che il suo contenuto è cambiato moltissimo negli anni, ma è sempre stato caratterizzato dall’impegno sociale e dalle mie esperienze personali. Nella poesia che faccio c’è tanta commistione di linguaggi e immaginari diversi, mitologici, prosaici, disgustosi… Si potrebbe dire che cerco di creare delle dissonanze attraverso l’uso di campi di riferimento diversi e distanti tra loro, ma l'attitudine è spesso impegnata, engagé.

 

Che rappresentazione hanno dato del fenomeno migratorio i ragazzi che hanno partecipato al laboratorio di poetry slam organizzato per ‘Right to the City | Diritto alla Città’, il festival di Atlas of Transitions?
I ragazzi che hanno partecipato al laboratorio erano soprattutto interessati all’espressività data dal poetry slam, mentre i temi relativi alle migrazioni facevano parte del loro background personale… alcuni di loro erano infatti migranti e richiedenti asilo provenienti dai centri di accoglienza. C’erano vari ragazzi africani con diverse provenienze linguistiche… un lusitofono, due anglofoni… poi c’erano  ragazzi italiani e ragazzi provenienti da famiglie straniere…  Il laboratorio si è svolto prevalentemente in italiano, lingua che però non tutti padroneggiavano, e la produzione artistica dei partecipanti è diventata quindi un vero métissage di linguaggi. Hanno parlato di migrazione per mezzo della poesia, della sua polifonia, e grazie alla condivisione delle loro esperienze personali.  Nel campo del poetry slam, lavorare con persone che hanno un’altra lingua ha un grande impatto… anche se non lavori sulla rappresentazione dell’immigrazione, ti avvicini comunque, spontaneamente, a questi temi... abituarsi ad ascoltare lingue diverse avvicina le persone.

Intervista - Francesca Di Renzo